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01/Dic/2020

A proposito di Sindrome di Leber: nuove cure sperimentali, ottimi risultati

Alcuni risultati derivanti dalla mia esperienza clinica

L’associazione tra Ropinirolo (principio attivo agonista dopaminergico, particolarmente attivo nei confronti dei recettori D2-D3 della dopamina) a basso dosaggio (1 mgr al giorno)  e levodopa e carbidopa, presenti in commercio in combinazione, (300 mgr al giorno) migliora la performance visiva nei pazienti con sindrome di Leber.

Sindrome di Leber
Sindrome di Leber

Dopo l’uso prolungato di questa terapia, da 6 mesi a 1 anno, ho potuto osservare miglioramenti talvolta stupefacenti. Un paziente di 31 anni, bergamasco, e uno di 30 anni di Caserta, sono passati rispettivamente il primo da 1/30 a 4/10 di visus, il secondo da 3 a 6/10.

Combinazioni di principi attivi

Una combinazione ancora più potente si è dimostrata quella di associare a questa terapia l’insulina umanizzata (un farmaco ipoglicemizzante a base di insulina umana utile nel trattamento del diabete mellito, del coma iperglicemico, della chetoacidosi e del diabete gestazionale) per la capacità di quest’ultimo di agire sul ciclo dell’acido glutammico tramite il fattore nerve growth factor insuluno-dipendente IGF1.

 

Una cellula ganglionare retinica nella sua forma visualizzata tramite proteina giallo-fluorescente. (fonte www.dipololab.ca)

Migliorare la funzione dei neuroni e, di conseguenza, delle cellule ganglionari agendo sui due neuro- mediatori dopamina e acido glutammico può portare alla rigenerazione dei neuroni retinici, come dimostrato tra l’altro da alcuni studi condotti dalla Prof.ssa Di Polo di Montreal e il suo stuff (www.dipololab.ca).

Nella mia esperienza con alcuni pazienti affetti dalla sindrome ho notato che, anche solo dopo sei mesi di terapia, all’esame OCT  lo spessore delle cellule ganglionari risulta aumentato, in alcuni casi, anche del 30-40%.

Questa terapia, purtroppo non compresa da molti medici, è in realtà attualmente, a mio parere e per la mia esperienza clinica, l’unica possibilità di migliorare quadri clinici piuttosto gravi causati non solo dalle otticopatie congenite; la Leber in primis, ma anche da quelle acquisite come nelle neuro-mieliti, nella sclerosi a placche e nelle neuropatie ottiche ischemiche (NAION).


05/Mag/2020

Articolo pubblicato sul quotidiano “Il Tempo” del 30 Aprile 2020

Specializzato in malattie oculari, Oftalmologia presso l’Università di Parma, centro di eccellenza per lo studio e la cura delle malattie rare dell’apparato visivo, il Dott. Ciccarini si occupa principalmente di queste patologie, lavorando a stretto contatto con specialisti di fama internazionale; ha frequentato corsi di perfezionamento presso centri specializzati tra cui l’Ospedale di Lione e il John Hopkins Hospital negli Stati Uniti.

Ad oggi ha effettuato tra l’altro circa 8000 interventi con laser per la correzione di miopia, astigmatismo e ipermetropia; è stato tra i primi ad intervenire negli anni ‘90 con microtagli di 2-3 mm in anestesia topica, con pronta riabilitazione dei pazienti.

Da oltre 10 anni si occupa principalmente di malattie oculari, degenerazioni maculari e soprattutto di malattie rare: retinite pigmentosa, sindrome di Best, sindrome di Leber; per le sue terapie, abbina farmaci in uso e preparazioni galeniche magistrali con prodotti naturali da lui formulate.

D.: Da quello che si legge, lei viene considerato una sorta di oculista “visionario” avendo negli anni previsto molto sull’evoluzione delle malattie oculari, in particolare mi riferisco alla cura delle malattie rare….che può dirci?

R.:  L’attuale evoluzione scientifica ci indica che le cellule staminali non sono, allo stato dei fatti, disponibili nelle attuali tempistiche e ci vorranno anni, se non decenni, per renderle disponibili a livello terapeutico.

D.: Ma esistono controindicazioni all’utilizzo di una tale terapia?

R.: La probabilità che si sviluppino cellule anomale che potrebbero degenerare senza dubbio esiste.

D.: Allora attualmente quali sono i farmaci più all’avanguardia?

R.: Senz’altro gli anticorpi monoclonali. Questi sono usati non solo in oculistica, ma anche nella cura di malattie neoplastiche ed autoimmuni. Queste sostanze hanno potenzialità enormi e ancora sconosciute. Probabilmente in futuro farmaci di questa categoria attualmente in uso per un numero ristretto di patologie; saranno utilizzati anche nelle malattie oculari proprio per le loro capacità neuro protettive. Non è un caso che farmaci “offlabel” come la vecchia Talidomide, usata negli anni sessanta come antiacido in gravidanza e poi ritirata dal mercato perché provocava la focomelia degli arti nel feto, siano stati riabilitati ed usati nella cura di leucemie, linfomi, mielomi e come coadiuvante nel morbo di Crohn e nella malattia  di Beh¢et.

D.: E per quanto concerne il campo di applicazione specifico delle malattie dell’apparato visivo, nervo ottico e macula in particolare? In una sua recente intervista all’ANSA ha parlato anche di NGF….

R.: Per riagganciarci a quello che dicevo prima, ad esempio nella retinite pigmentosa, il trattamento con Ranibizumab usato per il trattamento degli edemi foveali, ha determinato in certi pazienti un sostanziale miglioramento del campo visivo. Tutti sperano nel trattamento genetico, ma con moltissime patologie, con decine e decine di variabili genetiche da valutare, ne sono state individuate una minima percentuale quindi siamo ancora lontani dalla proficua applicazione della terapia.

D.: Quale secondo lei allora lo scenario futuro?

R.: Sicuramente l’NGF, ma attualmente l’utilizzo è, come dicevo, estremamente limitato. Il farmaco è utilizzato soltanto come collirio e non ne è ancora consentito l’uso per via intra-vitreale. Sono ragionevolmente convinto che questo farmaco costituirà la chiave di volta per un svolta epocale nella cura delle malattie del nervo ottico sia genetiche che acquisite, con un’azione positiva anche sulle maculopatie.

Mi auguro che la mia visione si concretizzi in tempi ragionevoli in modo da poter dare una possibilità per migliorare le condizioni di vita di tutti quei pazienti che convivono con patologie oculari, magari poco conosciute, ma senza dubbio invalidanti.


26/Mag/2017

NGF o fattore di crescita nervoso è una piccola proteina coinvolta nello sviluppo del sistema nervoso dei vertebrati

L’NGF è sicuramente delle più grandi scoperte mediche del XX secolo; ma le sue applicazioni non sono al momento utilizzabili estesamente nella pratica clinica.

Specialmente dopo la creazione nel 2012 di una NGFumana e ricombinante che è molto meglio tollerata ed assorbibile dall’organismo umano.

Malattie come la retinite pigmentosa, la sindrome di Alzheimer, la SLA, e molte malattie demielinizzanti troverebbero un probabile miglioramento dall’utilizzazione per vie idonee di somministrazione.

Considerazioni personali

Pensiamo alla retinite pigmentosa, regolata da una cinquantina di geni. Pensare di modificare con l’ingegneria genetica tutti i geni coinvolti richiederebbe un tempo così lungo che probabilmente neanche i nostri figli, se non in tarda età, potrebbero usufruire della terapia.

Rimane un fatto oscuro di come, in via sperimentale, un’ industria farmaceutica abbia creato un collirio con la proteina NGF.

Secondo la mia esperienza, sarebbe stato più opportuno sperimentare una via intravitreale. 

Con estrema probabilità questo avrebbe, a mio avviso, agito più efficacemente sui neuroni affetti da patologia, sia nella retinite pigmentosa che nelle otticopatie.

L’uso per collirio potrà essere efficace nelle cheratiti neurotrofiche; ma dubito fortemente possa essere assorbita in quantità adeguta per ad agire su neuroni affetti come nel caso della retinite pigmentosa e delle neuropatie ottiche in generale.

Lo stesso NGF dovrebbe essere utilizzato in tutte le malattie degenerative del sistema nervoso centrale.

La proteina potrebbe essere veicolata da un virus innocuo iniettato nel cervello; questo allo scopo di stimolare la formazione di neuroni sani nelle aree lesionate, o, al limite per via endoliquorale.

Ciò potrebbe giustificarne l’uso in patologie come la sclerosi laterale amiotrofica, le forme demielinizzanti o per il recupero delle lesioni spinali.

Il problema che mi pongo è del tempo che avremo perduto nel cercare sperimentazioni lunghe ed affidate a pochi centri.

Le stesse considerazioni valgono, secondo il mio parere medico, per l’uso di cellule staminali del cordone ombelicale.



Dr. Carmine Ciccarini

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